Come se fossero loro, e non noi, ad aspettare. Ma partiamo dall'inizio. Lunedì 22 ottobre, un simpatico, ridente mattino semiautunnale. Le foglie per strada non ci sono, mancando gli alberi, ma l'atmosfera è quella. Esco di casa tutto sorridente, fiducioso nel sistema e nella bontà del prossimo. Arrivo alla fermata di Lunigiana della 42, aspettando l'appena citato autobus o il tram 5 e, accipicchia!, per ben venti minuti, un terzo di una ricchissima ora, una frazione già cospicua della giornata intera, nessuno di questi mezzi si presenta. E si tratta dell'orario di punta. E nei giorni prima la generosa ATM ha fornito un riempitivo per le mie palle ripetendomi all'infinito che hanno aumentato le corse interurbane, urbane e anche verso la Luna, grazie a un collaborazione con gli astronauti cinesi. Venti minuti di vuoto.
Col senno di poi non avrei dovuto. Ma ho delle attenuanti. La prima è appunto il ritardo a due cifre. La seconda era che si trattava del lunedì mattina. La terza è che tutti i tramvieri hanno una faccia da culo che incita l'umano a ritornare alle sue origini rozze e violente. Vedo da lontano arrivare una 42, e le mie bestemmie pian piano scemano, salvo riprendere in un crescendo degno dei migliori compositori medio-ottocenteschi. L'autobus trabocca di gente. Le porte si aprono a fatica, e un paio di bambini gemono stritolati, ma per sopravvivere l'uomo non risparmia nemmeno la prole. Provo a salire, ma il mio volume corporeo non indifferente accoppiato allo zaino - per fortuna scarico - sono inconciliabili con lo spazio interno rimasto: basta a malapena a garantire le funzioni vitali minime dei passeggeri.
A quel punto parte l'ira. Ma come, diciassette €uro al mese e non posso nemmeno prendere l'autobus che arriva con venti minuti di ritardo? Avendo saltato quattro corse, avrei avuto diritto a quattro posti. E invece mi tocca attendere il veicolo successivo. Decido che quanto meno è necessario far capire all'amato conducente quanto io sia alterato da tutto ciò. Attraverso il vetro, mentre si appresta a chiudere le porte, richiamo la sua attenzione e porgo un paio di corna al suo indirizzo. Il finto glabro - mimetizzate molto male quella calvizie - fa qualche gesto, riapre le porte e, aggrappandosi come una scimmia al vetro che gli garantisce aria pura e spazio attorno a sè, intenta il seguente dialogo con me:
Conducente: "Vieni qui, stronzo, vieni qui!"
Me: "Vai, fai partire l'autobus, chè sei in ritardo, coglione!"
Conducente: "Vieni qui t'ho detto!"
Me: "Fai ancora più ritardo!"
Conducente: "Stronzetto t'aspetto in Centrale t'aspetto, ti apro il culo, hai capito?"
La gente più vicina alla porta anteriore, nella fattispecie quella con più aria, riesce a percepire la propagazione del nostro discorso tramite l'etere, e incomincia a mugolare. Cinque minuti dopo passa un 5, e arrivati in IV Novembre cerco quest'orgoglioso tramviere, ma nulla: è evidentemente già partito, l'indefesso lavoratore che porta venti minuti di ritardo e, ciononostante, parla al cellulare - con la mano! che siamo, femminucce, che usiamo l'auricolare? - e perde tempo con un ragazzino, uno stronzo, per intimorirlo.
Bottomline: venticinque minuti di ritardo e un'incazzatura colossale. E un suggerimento per la lungimirante ATM: perchè oltre a "È vietato al conducente di parlare" e "Vietato sputare" non vengono messi dei cartelli dicenti "L'autista può mordere"?
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3 commenti:
ciao, promuovi anche sul tuo blog l'iniziativa di www.atmgratis.tk! ciao
Ciao, segnalazione ricevuta. Oggi invece sono in giornata "Rage Against Fs" dopo un ritardo di soli 45 minuti sul Milano-Torino, che mi ha fatto perdere una coincidenza...dannati. A presto
g.
Beh, effettivamente il mondo delle ferrovie è messo ben peggio. Però sai, il treno non lo prendi tutti i giorni o, almeno, pendolari di così lunga tratta sono rari. E soprattutto, un conto è quarantacinque minuti di ritardo su una tratta di un centinaio di km - e anche di complessa gestione come è appunto una ferrovia - un altro venticinque su un tratto di cinque km. Ti capisco, in ogni caso, fa rabbia comunque.
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